Le ultime recensioni di “Come la pioggia”
Le ultime recensioni di “Come la pioggia”
Il sito di letteratura “Mangialibri” pubblica unarecensione di Gian Paolo Grattarola. Una delle migliori (meglio scritte cioè) recensioni che abbia ricevuto il mio “Come la pioggia”.
Il verificarsi di una strana forma di esplosione all’interno di una caffetteria di Milano non causa nell’immediato alcuna vittima, né apparenti segni di incendio. Eppure gli effetti prodotti non tardano a rivelarsi ancor più dannosi. Nessuna persona riesce più a pronunciare parole di senso compiuto, ma ognuno emette solamente suoni del tutto incomprensibili. Persino i libri e i giornali divengono contenitori di segni grafici privi di significato. Solo la mente preserva la propria funzione e continua a produrre pensieri in forma di parole, che tuttavia non riescono a conquistare una voce capace di esternarli. Insomma ogni forma di comunicazione umana è improvvisamente interdetta e la popolazione cade in uno stato di panico incontrollabile. La città, presto ridotta a un ammasso di detriti e di auto abbandonate, assume una sembianza spettrale e regredisce a una condizione di vita di tipo primordiale, in cui gli abitanti vagano solitari in preda all’angoscia, si danno al saccheggio e a ogni forma di violenza nella disperata ricerca di cibo per sopravvivere…
Un romanzo breve e scioccante questo dell’esordiente trentino Andrea Bonvicini, che appare come forgiato con lo spavaldo intento di agghiacciare il lettore, immaginando per noi la straziante desolazione in cui precipita una società squassata dalla perdita di senso delle parole e mortalmente ferita dall’incapacità di comunicare. Si può dire che ne sia venuto fuori un libro che non è un romanzo tout court, né un saggio, né un trattato sociologico, né un pamphlet, ma tutte queste cose assieme. E soprattutto il libro di uno scrittore in cui la finzione letteraria si intreccia alla riflessione filosofica con una potenza poetica e drammatica che da un lato appassiona e dall’altro angoscia. Da questa ardita ambivalenza emergono il credo intimo e la sensibilità umanistica di un autore che ci consegna, con una narrazione scarna e implacabile, la trasposizione scritta di un incubo che mai vorremmo vivere, costernati da una pena che cresce di pagina in pagina. Che sia davvero questo l’amaro destino della nostra civiltà?
Come la pioggia di Andrea Bonvicini è un romanzo-saggio dove la narrazione asciutta e, a volte, scabra si intreccia oggettivandola con la voce interiore del protagonista che si interroga in un ininterrotto flusso di pensieri.
Cosa succederebbe se l’uomo venisse privato delle parole? Il racconto scaturisce da questa inquietante ipotesi: un’improvvisa deflagrazione, un tuono senza eco ammutolisce, annientandola, una società disorientata e febbrile. L’incubo, dagli imprevedibili sviluppi, lascia il lettore raggelato nell’osservare un mondo scarnificato e senz’anima e nel seguire l’odissea del protagonista.
E’ come se l’autore volesse metterci a confronto con l’uso del linguaggio, ridotto a puro suono, superficiale e vuoto in quanto non avvitato alla sostanza di un io che si comunica all’altro.
La tensione della prosa lucida e sferzante non dà tregua e immerge in una atmosfera allucinata di morte senza riscatto simbolico e di muto annientamento. Nel suo continuo alternarsi di piani narrativi e di sviluppi discorsivi, il romanzo suona come un avvertimento e una denuncia, restituendoci la rappresentazione di un mondo senza parole, cioè di un mondo di violenza, senza la mediazione dell’altro.
Infatti, il protagonista vive e agisce sotto l’effetto di uno stupore panico, in una realtà allucinata, chiuso nei contorcimenti di un pensiero solipsistico, alla ricerca di una salvezza che lo porta a gesti incontrollati. In queste condizioni, l’altro non è che un identico, sottoposto allo stesso destino di solitudine e di incomunicabilità.
E se la città diventa metafora di luogo degradato e negativo, popolato di uomini sospinti solo dall’istinto e dai bisogni primordiali, indotti dalla lotta per la sopravvivenza, anche la campagna è contaminata dal trauma di una catastrofe che non risparmia niente e nessuno.
Libro scomodo, dunque, e apparentemente in controtendenza. Perché parlare di un mondo senza parole, quando viviamo sommersi dalle parole, basti pensare alla televisione, quasi ininterrottamente accesa nelle nostre case, ai talk show, alle trasmissioni di intrattenimento, alle chiacchiere, ai pettegolezzi, alle confessioni pubbliche e private, alle esternazioni quotidiane..
Mentre il flusso cresce a livello esponenziale ci rendiamo conto che il nostro linguaggio è diventato una grande macchina che ci ha preso nei suoi ingranaggi; il paradosso è che pur essendo parlati da questo dispositivo siamo autoreferenziali, l’altro è solo un pallido clone, è, al più, come noi, ma non con noi.
Il romanzo propone però uno scarto rispetto alla comune descrizione di un mondo a cui è stata revocata la licenza d’uso delle parole, costituito dalla presenza di un terzo Attore o Ente che pone e istituisce la possibilità del rapporto, cioè della Parola stessa. La narrazione è pertanto come un faticoso risalire alla sorgente della catastrofe che ha gettato l’uomo in questa condizione di inumanità: la funzione di chiedersi il perché di questa condanna è impersonata dal protagonista che si affanna a recuperare le tracce di una società disposta alla fratellanza, un tempo ormai mitico in cui le parole “toccavano la realtà” e ritornavano a lui come “messaggeri” pronti a un nuovo viaggio. “Conoscere”, egli dice, “è sapere dare parole ai rapporti”. Un protagonista che nella sua sigillata enigmaticità ricorda certi film di Ermanno Olmi con le sue atmosfere rarefatte e con uno sguardo che scandaglia il disordine di una umanità caduta.
Qui la discesa segue il cammino della degradazione morale fino a toccare l’essenza stessa del male. Il libro di Andrea Bonvicini è, in conclusione, un libro scomodo, il ritratto impietoso di una società che ha smarrito il senso religioso e che cerca nell’appagamento compulsivo e nella soddisfazione dei desideri e dei bisogni la “prova” del proprio benessere.
Massimo Borghesi, Docente di filosofia morale nell’Università di Perugia noto per i suoi studi di filosia delle religioni, così si è voluto esprime dopo la lettura di ‘Come la pioggia’:
“Breve,intenso, con un lavoro di scrittura teso fino al limite. Acuto il motivo di fondo: l’afasia, la distruzione della parola, dell’orizzonte dei significati nel contesto odierno di metropoli alla “Blade Runner”. Con il finale a sorpresa: una sorta di redenzione messianico-escatologica.
Stimolante anche sul versante filosofico. Perchè la parola non è meramento uno “strumento” del comunicare ma, come il testo rivela, è il “luogo” in cui si apre la relazione originaria io-tu. L’”altro” esiste non solo nella “visione” ma, umanamente, nel linguaggio che lo riconosce come “tu”. Nel pensiero del ‘900 due autori hanno qui aperto la strada: HEIDEGGER (“In cammino verso il linguaggio” e FRANZ ROSENZWEIG (“La stella della redenzione”). Per l’ebreo Rosenzweig l’io inizia ad essere, ad uscire dalla latenza dell’inconscio, del premondo, quando l’Altro (che nella Genesi è Dio) lo chiama: Adamo dove sei “tu”? L’io esiste nella risposta, nel ri-conoscimento da parte di altri. Diversamente esiste ma è come se non esistesse. Essere “soli” è “non esistere”.
Grazie di questo denso e raffinato lavoro, premessa certa di altri.”
Massimo Borghesi è professore ordinario di Filosofia morale nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Perugia. Ha insegnato, dal 1981 al 2007, Estetica, Etica, Teologia filosofica nella Pontificia Università S. Bonaventura in Roma dove è stato, dal 2000 al 2002, direttore della “Cattedra Bonaventuriana”. Dal 2008 è docente di Storia dell’ateismo nella Pontificia Università Urbaniana. È membro del consiglio scientifico di numerose editrici e riviste (Studium, Cosmopolis, Atlantide, Humanitas). È stato membro, dal 1993 al 2002, del comitato di redazione della rivista “Il Nuovo Areopago”. È collaboratore della rivista internazionale “30Giorni”. Tra le sue pubblicazioni: La figura di Cristo in Hegel, 1983; Romano Guardini. Dialettica e antropologia, 1990; L’età dello Spirito in Hegel. Dal Vangelo “storico” al Vangelo “eterno”, 1995; Posmodernidad y cristianismo, Madrid 1997; Il soggetto assente. Educazione e scuola tra memoria e nichilismo, 2005; Secolarizzazione e nichilismo. Cristianesimo e cultura contemporanea, 2005; L’era dello Spirito. Secolarizzazione ed escatologia moderna, 2008; Maestri e testimoni. Profili filosofico-teologici del ’900, 2009.
Rosalia Messina, autrice di Prima dell’alba e subito dopo per PerroneLAB, mi intervista sul forum “Undiciparole”. Cliccando qui trovate l’intera intervista. Riporto qui di seguito il testo.
- Ciao, Andrea. La nostra conoscenza è soltanto virtuale e letteraria: frequentiamo entrambi il forum undiciparole, e ho avuto il piacere di leggere il tuo libro, Come la pioggia. Avevi scritto altro, prima? Cosa?
Ciao Rosalia, una stretta di mano virtual-letteraria. Si può a giusta ragione dire che “Come la pioggia” sia stato il mio primo lavoro, e risale a due anni fa circa. Prima ci sono stati solo brevi esperimenti, nei sei mesi precedenti, e un unico racconto corposo, “Presente!”, a cui sono molto affezionato perché è stato davvero il mio primissimo lavoro. Ancora più indietro ci sta solo tanta, tantissima lettura.
- Questo tuo primo racconto è stato pubblicato? E’ simile alla tua produzione successiva?
No, non l’ho mai proposto per la pubblicazione, sai bene che le raccolte di racconti non hanno sostanzialmente mercato, almeno in Italia. E’ un racconto davvero strano e in questo probabilmente assomiglia anche a ‘Come la pioggia’: scendo dalla macchina per andare in ufficio e mentre mi sto girando per chiudere lo sportello… seguono una quindicina di pagine che si svolgono nel millesimo di secondo successivo… Ok, per racconti così forse non c’è proprio mercato!
- Che tempi di gestazione ha avuto ‘Come la pioggia’?
Andrea Careri, critico e autore di Together we are invinciblerecensisce il mio ‘Come la pioggia’ sul sito di letteratura “Flanerì”. Vi chiedete cosa vuol dire Flanerì? Beh, allora dovreste informarvi (ad esempio cliccando qui), su cosa sia un flâneur e come questo c’entri con la letteratura…
Il testo completo della recensione lo trovate qui
Riporto qui la recensione.
“Le parole sono fuggite lontano e rimane questa frittura mista di suoni inarticolati: C’è ancora forse qualcuno che le pronuncia, le parole (si può ancora dire così?), ma non c’è ormai più nessuno che possa distintamente coglierle.”
Cosa succederebbe se all’improvviso l’uomo fosse privato della parola? Se un giorno scoprissimo che non siamo più in grado di comunicare con i nostri simili?
Questo si chiede Andrea Bonvicini, autore classe ‘62 nato a Trento ma milanese di adozione, che esordisce con questo romanzo edito dalla Lab, marchio satellite della Giulio Perrone editore che si occupa di dar voce a nuovi autori e talenti sparsi nel nostro territorio che difficilmente trovano spazio nel mercato editoriale italiano. Bonvicini ci porta in un mondo futuribile che assomiglia pericolosamente a questo presente, un mondo fatto di discorsi vuoti, dove, parafrasando Nanni Moretti, le parole forse non sono poi più così importanti. Un presente caotico e confuso dove le persone si sfiorano indifferenti nel cammino della vita perdendosi in metropoli di solitudini che si ignorano.
Come la città dove si muove l’io narrante: uno spazio dove la solitudine e l’incomunicabilità sembrano le uniche soluzioni possibili.
“Ho odiato questa città insostenibile. Starci, anni fa, mi ha cambiato, mi ha dato una forma, come burro dentro uno stampo. La solitudine che ho vissuto, dentro e fuori dal lavoro, era solitudine vera, ma ora siamo un milione e duecentomila, soli tutti insieme.”
Bonvicini in poche pagine crea un’atmosfera densa di rimandi e di risonanze letterarie- alcune esplicitamente citate dallo stesso autore, come nel caso di Flannery O’Connor o del McCarthy de La Strada - e seduce il lettore conducendolo verso un finale “apocalittico”e suggestivo. Come la pioggia vuole essere un’allegoria dell’incomunicabilità contemporanea, resa paradossale dalla velocità dei nuovi mezzi di comunicazione che spesso violano le parole, le soffocano,in slogan, in etichette che ne uccidono il senso. Forse per questo nel suo romanzo Bonvicini rimarca il valore del parlare, del confrontarsi, e della parola: unica e intramontabile forma di comunicazione tra esseri umani.
Lucilla Noviello, giornalista RAI, recensisce ‘Come la pioggia’ su conTESTI.eu, testata online di cultura, arte. comunicazione. Potete leggere la recensione online cliccando qui.
Riporto qui di seguito il bel testo di Lucilla Noviello.
Nel romanzo di Andrea Bonvicini un futuro lontano – ma non troppo – in cui la comunicazione vebale è morta. E con essa anche la felicità.
Il titolo del romanzo di Andrea Bonvicini, Come la pioggia, Lab Perrone editore, è una citazione biblica. Così come verbo sicuramente nuovo diventerebbe quello pronunciato da una creatura umana che si caratterizzasse per l’ assenza di comunicazione invece che per la capacità – sempre più sviluppata e a volte prepotente – che l’uomo ha di tale comportamento. La parola, nel libro di questo autore, sulle labbra dei personaggi ha perduto la capacità di evocare un referente: è solo significante – cioè suono – ma è priva di significato. Forse qualcuno ancora la pronuncia ma nessuno la sa tradurre. Eppure, l’io narrante, continua a d esprimersi attraverso parole: frasi e sintassi. E la struttura logica del pensiero continua a d essere quella della lingua. Scritta, in questo caso, trattandosi infatti di un libro. Intorno, invece, c’è il vuoto. Non solo quello della solitudine nata dalla mancanza dello scambio comunicativo; ma quello ancora più buio e profondo che immobilizza un’esistenza grigia – classicamente piovosa – che distanzia gli individui dal di dentro, ritagliandoli e sistemandoli ognuno nel suo buco. Read More
Marco Bevilacqua pubblica una recensione di ‘Come la pioggia’ sul suo sito e sulla rubrica “Tra gli scaffali” di Periodico Italiano. Riporto qui il testo completo.
Siamo tutti uguali grazie al fatto che tutti abbiamo la stessa libertà e capacità di comunicare. Poter interloquire fra uomini è il fondamento del nostro essere. La perdita della possibilità di esprimersi causerebbe una catastrofe, non ci sarebbe più nessun carattere distintivo fra l’uomo e le altre creature esistenti. Andrea Bonvicini con “Come la pioggia” immagina un futuro in cui l’uomo si accorge dello stadio primitivo in cui ormai verte la “città”, la civiltà, devastata dalla pazzia. Forse la “sottrazione della parola dal genere umano” non è altro che una benedizione, dato che in sostanza prima eravamo condannati da un fondo triste, indefinito e falso.
Ma la perdita della parola, le frasi insensate pronunciate in lingue arcaiche alla radio senza possibilità di comprensione, le parole e le frasi che al momento della lettura si sparpagliavano “beffarde” dando vita a nuove righe caotiche d’inchiostro, hanno portato allo sviluppo di una nuova strada. L’udito funziona bene, non ci sono danni ai timpani. Sono i linguaggi che hanno cessato di essere pronunciati. Anche la conoscenza è annullata. Conoscere di può solo attraverso le parole, conoscere è sapere dare parole ai rapporti. Così il protagonista, forse un uomo, forse tutti noi, inizia a scrivere e a scrivere senza sosta per circa venti giorni consecutivi, raccogliendo una quantità tale di quaderni tale da decidere poi di bruciarla come fece .
Sarà forse proprio a causa di ciò che ci contraddistingue che un giorno il mondo sarà un’enorme Torre di Babele?
Il testo di Bonvicini sembra infine essere una grave critica alla società moderna la quale non ci lascia più spazio di espressione a causa di un linguaggio confuso ed astruso, fra individui “come bestie feroci e guardinghe”. Probabilmente solo grazie al ricongiungimento con la Natura potremmo finalmente ritrovare le parole, fra i rumori del vento, delle onde e dei gabbiani.
Editore: Giulio Perrone Lab Editore
Anno: Maggio 2010
Pagine: 86
Prezzo: 12,00 €
Da http://tragliscaffali.periodicoitaliano.info/
Libri Consigliati pubblica una mia intervista. Si parla di tante cose: di libri di sicuro, di ingegneri (più o meno famosi…), di letteratura, di sordità mutismo e cecità… e anche di impiccagioni!
Qui il testo integrale, che riporto qui di seguito.
Ci siamo concessi una piacevole chiacchierata letteraria con lo scrittore Andrea Bonvicini, autore di Come la pioggia (recensito sulle nostre pagine) edito da Perrone Lab.
R. Salve Andrea, cominciamo questa nostra chiacchierata partendo dalle presentazioni. Tu dirigi, a Milano, una società di servizi ma sei un avido lettore e uno scrittore al suo primo confronto con il mondo editoriale. Come coniughi lavoro e passione letteraria?
Bonvicini Beh sì, nell’immaginario collettivo l’idea di ingegnere e di scrittore non vanno molto a braccetto, direi. Forse basterebbe ricordare Carlo Emilio Gadda, però, non credi? Ingegnere e giocoliere della nostra lingua quant’altri mai… In realtà è stata un po’ la professione a darmi l’occasione di scrivere: da qualche anno durante la settimana vengo a Milano per lavorare e per questo la sera, meglio, la notte, mi trovo solo e con il tempo per dedicarmi a dipanare il groppo di vita e scrittura che ho dentro. E poi sia Milano che il contesto del lavoro sono sfide e spunti continui per scrivere. Milano è una città che ti sfida a comprenderla, non puoi fare a finta di niente, per i suoi ritmi, per la sua lingua, per le sue contraddizioni. Con Luca Doninelli e un gruppo di scrittori stiamo lavorando su questo tema; Doninelli la chiama “antropologia narrativa”, si tratta di usare la narrazione, il racconto come strumento di indagine e comprensione di un territorio innanzitutto umano e dei cambiamenti che volenti o nolenti si dipanano sotto i nostri piedi. Ne dovrebbe venir fuori un buon libro. Read More